Dopo il Castroceli, succede sulla cattedra aquilana Bartolomeo Conti originario di Manoppello. Uomo di raffinata cultura e esperienza, soprattutto in campo giuridico, viene eletto da Bonifacio VIII su consiglio del clero e del popolo cittadino e tiene la città dal 1303 al 1312. Per le sue qualità e competenze nel 1307 è invitato da Clemente V al Concilio di Vienne. Il vescovo muore nella città del Delfinato, non avendo retto alle accuse di simonia mosse contro di lui.
Immediatamente dopo la morte del Conti, Clemente V promuove a vescovo dell’Aquila il lucchese Filippo Delci. Il suo episcopato va dal 1312 al 1327 e vede uno dei peggiori periodi della storia aquilana: le incursioni frequenti delle soldataglie reatine, il tremendo terremoto del 1315, le discordie intestine alla curia aquilana. Nonostante tutti il Delci non si abbatte e conduce il governo spirituale aquilano nel migliore dei modi, riorganizzando la legislazione curiale e inventariando tutti i beni e le chiese della sua diocesi. Morì a Lucca dopo quindici anni di governo spirituale aquilano.
Di ugual origine toscana è il successore Angelo Acciajoli, fiorentino e appartenente all’Ordine dei Domenicani, che è vescovo dell’Aquila dal 1328 al 1342. Se il primo periodo trascorre nella concordia e nella collaborazione con la città, l’ultimo invece vede la disgregazione sociale cittadine a causa delle rivalità tra i guelfi Pretatti e i ghibellini Camponeschi. Nonostante il predominio dei Camponeschi, il vescovo riesce nel 1338 a completare la costruzione delle fondamenta della cattedrale, squassate dal terremoto del 1315. Nel 1342 viene trasferito da Clemente VI nella sede arcivescovile di Firenze.
Rimasta vacante la sede aquilana per il trasferimento dell’Acciajoli, nel 1343 viene eletto il toccolano Pietro Guglielmi, canonista, teologo e filosofo. Questo vescovo, a causa della sua età avanzata, regge L’Aquila per soli tre anni dal 1343 al 1346.
Bisogna aspettare il 1349 per l’elezione del nuovo vescovo Paolo Rainaldi, nobile aquilano oriundo di Bazzano. Il suo ingresso nella diocesi si apre con due spiacevoli avvenimenti: la peste nera del 1348 e il terremoto del 1349. Aiutato dal nobile Lalle Camponeschi, il Rainaldi, vinta ogni delusione e sconforto, sgombera le macerie e ricomincia la costruzione della città. Nel 1353 Innocenzo VI manda per due anni il Rainaldi come amministratore della diocesi di Ascoli Piceno; in questo periodo la diocesi aquilana sarà amministrata da Isacco D’Arcione, titolare della diocesi picena. Tornato all’Aquila il vescovo continua nella sua opera attiva di ricostruzione e riorganizzazione della città dell’Aquila. Nel 1360 per sua iniziativa viene spostata la festa del patrono dal 19 ottobre al 10 maggio per comodità del popolo. Tre anni dopo la città viene funestata da un’altra pestilenza e da una spaventosa invasione di locuste, situazioni che il Rainaldi riesce a gestire nel migliore dei modi. Nel 1370 viene ulteriormente spostata la festa del patrono dal 10 maggio al 10 giugno. Dopo aver governato la chiesa aquilana per ventisei anni, l’ottavo vescovo aquilano muore il 25 gennaio 1377, rimpianto da tutta la popolazione.
Nel 1377 Gregorio XI manda alla diocesi aquilana il domenicano pistoiese Giovanni Zacchei che mantiene il vescovado aquilano fino al 1381. Dopo solo un anno di governo scoppia lo Scisma d’Occidente e il vescovo aquilano, influenzato dalla regina Giovanna I e dagli altri vescovi del Regno di Napoli, appoggia l’antipapa avignonese Clemente VII. Dopo quattro anni di governo muore a Perugia.
Morto lo scismatico Zacchei, il pontefice romano Urbano VI elegge vescovo aquilano Stefano Sidonio, che governa la città per un solo anno. Passato dalla parte dell’antipapa Clemente VII, Stefano Sidonio viene privato del titolo di vescovo aquilano e fugge dalla città per timore di possibili rappresaglie. Raggiunto a Perugia dai sicari di Urbano VI, viene ferocemente ucciso e lasciato insepolto. Poco prima di morire rinnega lo scisma e aderisce al legittimo pontefice romano.
Il successore Clemente Secinari da Rieti non riesce a riportare la pace nella diocesi aquilana. Sia i dissidi interni che le tremende ripercussioni di Carlo di Durazzo fiaccano lo spirito del già vecchio vescovo. Deluso dalla situazione in cui versa la sua diocesi decide di ritirarsi a vita contemplativa, sconfortato dalla presenza in città dell’antivescovo Berardo da Teramo, eletto da Clemente VII. Muore nel 1384 dopo soli due anni di episcopato.
Dal 1386 al 1388 sale sulla cattedra aquilana Oddo, cappuccino romano. La sua sarà carica è solo titolare, vista l’occupazione della curia da parte dell’antivescovo. Dopo aver vissuto una vita solitaria, muore nel 1389 senza aver mai potuto vedere la sua sede.
La stessa precarietà viene vissuta dal successore Ludovico Cola, canonico di Rieti. Nonostante la presenza di due antivescovi Berardo da Teramo e Giacomo Donandei di Roio, il Cola riesce a tenere la città per dieci anni. Nel 1391 viene decapitato il primo antivescovo Berardo durante una sollevazione popolare. Eletto vescovo di Rieti nel 1399, Ludovico Cola lascia L’Aquila.